Un anniversario che fa paura

Tre anni da quel 13 novembre 2003 ma ci sono ancora problemi aperti. Qui, nessuno dimenticherà mai quel giorno. Tutti ricordano come ebbero la «notizia». Erano le 12.38 quando l’agenzia AdnKronos lanciò un flash: «Roma. Il «cimitero» del nucleare italiano sorgerà in Basilicata, a Scanzano Jonico, un comune in provincia di Matera. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri con un «blitz» a sorpresa dopo anni di polemiche sulla scelta di un sito adatto per seppellire questa ingombrante eredità del passato. Un decreto legge approvato oggi prevede la costruzione di un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi «entro e non oltre» il 2008. Sar un’«opera di difesa militare, di proprietà dello Stato» e dovrà ospitare circa 80mila metri cubi di scorie di seconda e terza categoria, cioè con un tempo di vita di migliaia di anni, oggi custodite in impianti progettato per garantirne la sicurezza nel tempo. L’operazione verrà gestita dal Commissario del Governo, generale Carlo Jean, e realizzata dalla Sogin con uno stanziamento di 500.000 euro nel 2003 e di 2.250.000 euro per ciascuno degli anni 2004 e 2005». Scanzano piombò nell’incubo radioattivo. Tutti pensarono a quei «maledetti» giacimenti di salgemma di Terzo Cavone. Il «cimitero» doveva sorgere lì, a 500 metri dal mar Ionio, tra fragoleti ed agrumeti della «California del sud». Quel che accadde nei giorni successivi è «Storia». Ma, nella ricorrenza del Terzo anniversario di quella grande battaglia è giusto ricordare il sacrificio della gente del posto. Disponibile, senza enfasi, a farsi passare i carri armati addosso. Nessuno, per 14 giorni, lavorò. Tutti, uomini, donne, anziani, bambini, presero parte alla «rivolta». Rivolta pacifica. Non un graffio a nessuno, nè un cassonetto incendiato od un vetro di finestra di sede di ente pubblico rotto. Neanche i graffiti sui muri delle stazioni occupate. Fu un crescendo di iniziative, ordinate nel caos, sino alla «spallata finale» del 24 novembre con la grande «marcia dei 100mila» sulla 106 Jonica. Una marea che costrinse un Governo nazionale, forse per la prima volta nella storia d’Italia, a far marcia indietro. Il 27 novembre, il Tg 3 delle 14 diede la notizia: «Scanzano ha vinto. Il Governo ha cancellato il suo nome dal Decreto 314». Furono urla e lacrime di gioia e caroselli di auto sino a tarda notte. Scanzano, da quel giorno in poi, è divenuto, ovunque, sinonimo di lotta, pacifica anche se durissima, di popolo: «Faremo come Scanzano». Ma, dopo l’euforia della vittoria, è tutto finito? No. La gente ha ancora paura di «colpi di coda» della lobby nucleare. Ed è attentissima quando si parla di «Deposito unico delle scorie nucleari» poichè quei «maledetti» depositi di salgemma sono ancora lì, a Terzo Cavone. E non molla ScanZiamo le scorie, l’associazione che allestì il suo Campo Base proprio sul luogo del «cimitero». E’ vero, l’area, per Decreto regionale, è divenuta sismica. Ed è a rischio alluvione. Ma, l’amministrazione comunale, anche questa targata «Unione», cosa aspetta a variarne la destinazione d’uso da estrattiva ad agricola? E la Regione perchè non dice una parola chiara sul «Villaggio del fanciullo vittima dei conflitti» da ubicare proprio dove il Premio Nobel Betty Williams piantò un alberello d’ulivo? Ed il Centro di documentazione sulla «battaglia» e sulle energie rinnovabili, già finanziato dal massimo ente locale, che fine ha fatto? Senza mettere nel conto le scorie dell’Itrec alla Trisaia di Rotondella.

Filippo Mele Da “La Gazzetto Del Mezzogiorno del 13/11/2006”